池田 理代子池田 理代子
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池田 理代子

 

Nel 2017 Riyoko Ikeda ha rilasciato l'interivsta qui riportata per la pubblicazione del catologo della mostra (vd News 16 Gennaio 2017) che celebrava il 50° anniversario del suo debutto nel mondo dei manga e il  45° anniversario dalla prima serializzazione di "Le Rose di Versailles".

 

Domanda (D): Qual è l'origine del nome “Riyoko”?

Riyoko Ikeda (R.I.): Il mio nome fu scelto da mio padre. Mia nonna paterna era venuta a mancare proprio alla fine dell'anno e io nacqui subito dopo, così mi fu dato il suo nome per ricordarla.

D:
Sua madre era una donna dotata di una spiccata dote di epatia. In quale aspetto pensa di assomigliarle di più?

R.I.:
 Credo nella sensibilità emotiva. Per esempio, una volta, ero ancora una bambia, al gente bruciava nel fuoco gli oggetti non gli servivano più, così quel giorno lanciai nel fuoco una bambola Kewpie. Mia madre arrivò di corsa, la tirò fuori dalle fiamme e mi disse: “Come puoi bruciare qualcosa che ha le sembianze di un essere umano...?”.
Davanti a un bambino, potrebbe sembrare un atteggiamento fin troppo emotivo, e io stessa pensai che fosse un bel pensiero da parte sua, ma al contempo mi resi conto di aver fatto una cosa terribile.

D: E' mai mai stata ostacolata nel disegnare manga o nel raccontare storie?

R.I.: Ciò che mi ha sempre fatto nutrire un profondo rispetto per mia madre è una frase che mi ripeteva sempre: “Visto che non si può sapere quale talento si nasconda in un bambino, se una cosa ti piace, portala avanti e continua a disegnare”. A quei tempi — l'epoca in cui ho debuttato — la professione del fumettista era circondata da forti pregiudizi da parte del mondo dell'istruzione, dei funzionari pubblici e della società in generale. Persino quando disegnavo Le Rose di Versailles o La finestra d'Orfeo, gli editori guardavano i volti e le ambientazioni dei protagonisti e continuavano a intervenire dicendo: “Fai così, fai colà!” (ride).

D:  Spesso i fumettisti della sua generazione raccontano di aver disegnato di nascosto dai genitori.

R.I.: E' vero.. Sono rimasta sorpresa nel sentire quanto fosse dura per altri mie colleghi. C'era chi veniva picchiato dai genitori o chi scappava di casa per andare a Tokyo. Il maestro Osamu Tezuka raccontava cose simili... I genitori e gli insegnanti del comitato scolastico (PTA) confiscavano i manga ai bambini e davano loro fuoco in mezzo al cortile della scuola.

D: A metà degli anni '50 i libri non graditi venivano bruciati.

R.I.: Sì, mia madre, invece, non solo mi permetteva di leggere manga, ma mi faceva fare tantissime esperienze. Se mi chiedeva Vuoi provare?” o “Ti interessa?” e io rispondevo di sì, mi faceva fare lezioni di pianoforte, pittura ad acquerello, la cerimonia del tè... Mi ha permesso di fare tutte le tipiche attività extrascolastiche.

D: E'  cresciuta in un ambiente fortunato.

R.I.: Da adulta, mia madre mi disse che, essendo io la primogenita, era così concentrata su di me da viziarmi, tanto da farle quasi pena gli altri figli. Quando andai alle elementari i miei voti erano ottimi, e se facevo un disegno o scrivevo un saggio venivo lodata, quindi penso di essere stata davvero una bambina molto fortunata.

D: Si ricorda il suo primo amore, che tipo era?

R.I.: Un mio compagno delle elementari. Era il rappresentante di classe ed era attivo nel comitato studentesco. Ricordo che era un bambino eccellente, ma non ricordo il suo nome.

D:
Quando, durante gli anni dell'Università, prese la decisione di rifiutare ogni aiuto economico da parte della famiglia, come reagì sua madre?

R.I.: Andai via di casa lasciandole solo un biglietto con scritto 
Vado a rendermi indipendente”. Probabilmente pensò che in quel preciso momento fossi sfuggita per sempre al suo controllo. Penso che per lei quello fu shock più grande che le procurai.

D: In quegli anni ha svolto diversi lavori cosa l'ha spinta alla fine a scegliere la strada di mangaka?

R.I.:
 E' vero, ho fatto un po' di tutto: ho lavorato in fabbrica, ho fatto la cameriera e molte altre cose, ma non ero brava con le relazioni interpersonali e capii che non sarei mai riuscita a fare un lavoro che mi costringesse a recarmi ogni giorno in un ufficio. Quando cercai un impiego in cui potessi evitare il più possibile il contatto con le persone, pensai: 
Ecco, questo fa per me”.Disegnai una storia di 64 pagine e inizia a proporla alle diverse case editrici. Ero convinta che sarei riuscita a farla pubblicare, ma fui rifiutata più volte. Alla Shueisha mi dissero: “Non se ne parla nemmeno”, liquidandomi bruscamente. Alla Kodansha mi dissero: “La struttura sembra buona, perché non studi un po' di più?”, mentre la casa editrice Wakagi Shobo mi tese la mano. Per un volume di 200 pagine pagavano 23.000 yen (circa 430-450€ al cambio dell'epoca - ndlLuca); pensai che se ci avessi messo tutto l'impegno, sarei riuscita a sopravvivere in qualche modo.

D:
Qual è il manga che pensa l'abbia maggiormente  influenzata nel suo percorso?

R.I.:
 
Tutto ciò che ho letto è diventato parte di me. Il manga Tsuru no Izumi (La fonte della cicogna) del maestro Tezuka mi ha fatta piangere tantissimo; è stato il primo manga a commuovermi così.
Successivamente, mi sono appassionata dei lavoro della maestra Makoto Murano, le s  scrissi una lettera di ammirazione alla mastra Makoto Murano, che adoravo.

D: Ci sono autori in cui ha avvertito fossero dotati di un talento straordinario?

R.I.
: Autori come Machiko Satonaka, Yumiko Ōshima, Moto Hagio, per esempio.
Le autrici della mia generazione disegnavo tutte con una dedizione assoluta, tanto che
all'epoca non avevamo quasi il tempo di leggere le opere delle altre.

Ricordo che all'epoca rimasi completamente affascinata dal manga "Il clan dei Poe" di Moto Hagio tanto da pensare "Voglio assolutamente disegnare unas toria simile!". Volevo creara una mia versione di una creatura simile a un vampiro. Avevo persino iniziato a buttare giù le rime bozze della sceneggiatura, ma a metà lavoro mi sono arresa dicendomi "Non funzionarà mai, non possiedo il talento unico di Hagio-san".
Così ho accantonato il progetto, però avevo persino già deciso il titolo: Sigrifido d'argento. Volevo usare il nome Sigrido  dall'opera lirica di Wagner "L'anello del Nibelungo". Il protagonista avrebbe dovuto essere un bellissimo ragazzo albino, dai capelli e dalla pelle candida come la neve, che vivava isolato in un castello nascosto tra le montagne. La storia avrebbe raccontato di come un comune essere umano, smarritosi in quel castello, finisse per cedere, gradulamente, al fascino di Sigfrido.


D:
Com'era il suo rapporto con gli editori?

R.I.:
 Mi sentivo estremamente libera nel poter studiare e mettermi alla prova.  Portavo a loro ciò che m'interessava e che mi piaceva disegnare e loro lo pubblicavano. Poi arrivò il debutto ufficiale su una rivista. Questo significa entrare nel mercato principale, quindi quando dissi al presidente della Wakagi Shobo che avevo ricevuto un'offerta, mi rispose: Hai fatto una lunga gavetta, avrai sicuramente successo. Vai pure”. Rimasi sorpresa dal suo incoraggiamento: “Ah, allora questa era considerata una gavetta!” (ride).

D: Nel suo repertorio ci sono molte opere di denuncia sociale che trattano temi come le conseguenze della bomba atomica o i disturbi dell'identità di genere. Gli editori non hanno mai mostrato reticenza nell'affrontare argomenti simili in una rivista per ragazze? Ad esempio è risaputo che persino l'ambientazione storica de “Le Rose di Versailles” incontrò inizialmente la loro opposizione.

R.I.:
 Riguardo al tema delle vittime della bomba atomica, questo materiale fu scartato. Mi dissero: “La prossima storia deve essere di sole due pagine”, quindi quando la portai, fu rifiutata. Riguardo al problema delle discriminazioni nei villaggi (Burakumin), disegnai una storia ponendo la questione: “Non trovate che questo tipo di discriminazione sia sbagliato?”, ma mi dissero che in ogni caso non andava bene. Io replicai: Esiste la libertà d'espressione, quindi anche la redazione dovrebbe avere il fegato di supportarmi!”, ma non ci fu nulla da fare. Un'altra opera che fu scartata riguardava la famiglia Rothschild (la dinastia finanziaria ebrea emersa nel XVIII secolo). Volevo descrivere il processo attraverso il quale avevano espanso i loro affari prestando denaro alle nazioni, ma quando la storia era già a buon punto, per qualche tipo di pressione esterna, il progetto saltò.
Fu allora che capii che c'erano argomenti tabù che non si potevano toccare.


D:
Tuttavia, nonostante le opposizioni che ricevette con  “Le Rose di Versailles” riusciì a imporsi nel mondo.

R.I.:
Esatto. All'epoca, quando dicevo ad alcuni editori che volevo scrivere un manga storico, c'era chi mi rispondeva: “A cosa serve rivangare la storia passata? Se la pensi così, la storia non ha alcun valore o significato, no?”, arrivando a litigare furiosamente.

D:
Tra le vostre opere precedenti a “Le Rose di Versailles”, ce n'è qualcuna a cui è particolarmente affezionata?

R.I.: Le amo tutte.
Quella che però ha segnato un cambiamento nella mia consapevolezza è stata 
Hatsukoi Monogatari” (Storia di un primo amore)". Provando a scriverla, ho finalmente capito il meccanismo per strutturare una storia in breve tempo. Ricordo che dalla rivista mi rimproverarono severamente per aver mancato la consegna. Per fortuna il manga evbbe un ottimo riscontro tra i lettori.

D:
Tra i personaggi di  Hatsukoi Monogatari” compaiono splendidi professori; i professori affascinanti sono una costante nelle sue opere, vero?

R.I.:
 Molti ragazzi dell'epoca mi raccontavano che il loro primo amore era stata la loro maestra, così ho provato a disegnare ispirandomi proprio a quel tipo di sentimento. Io stessa studiavo Scienze della Formazione, ma non volevo fare l'insegnante: puntavo più a fare la ricercatrice. Poi, però, sono diventata fumettista quasi per caso, lasciandomi un po' trasportare dagli eventi. In parte è stata anche colpa dei movimenti studenteschi di quegli anni: non mi sembrava giusto criticare i genitori o la società e poi continuare a farsi mantenere.

D:
Infatti nelle sue opere si vedono spesso protagonisti che, pur affrontando situazioni difficili, vivono la propria vita con estrema sincerità. Nell'opera giovanile 
Ikiteite yokatta! (Felice di essere viva!), la figura della protagonista che lotta strenuamente per sopravvivere pur subendo abusi ha scosso profondamente le ragazze dell'epoca.

R.I.:
 Lo spunto per quell'opera nacque da un articolo di giornale. Un giorno un bambino si recò in una stazione di polizia con una moneta da 10 yen chiedendo all'agente: “Con questa mi dia qualcosa da mangiare”. Venne così preso in custodia. Il suo corpo era pieno di lividi, non riceveva cibo adeguato ed era in uno stato di grave malnutrizione. Lessi quell'articolo e ne rimasi profondamente colpita.

D:
Anche oggi il problema degli abusi sui minori è tristemente attuale; all'epoca affrontaste questa tematica sociale con forte consapevolezza?

R.I.: Come per “Mariko”, avevo il forte desiderio di portare avanti questo genere di storie di denuncia sociale come mia linea stilistica. Perciò, guardando indietro, penso che la storia sulla discriminazione dei Burakumin, sebbene scartata, sia stata il mio vero punto di partenza.

D: 
Nel 1972 ha iniziato la serializzazione di “Le Rose di Versailles” e da allora esso è  diventato un classico intramontabile letto da generazioni diverse.

R.I.:
 Durante la serializzazione, ricevevo moltissime lettere che dicevano: Porterò quest'opera con me quando mi sposerò” oppure “Se mi nascerà una figlia, gliela farò sicuramente leggere”. E decenni dopo, quando è esploso una sorta di secondo boom de “Le Rose di Versailles”, mi è capitato di ricevere lettere con scritto: L'ho letto su consiglio di mia madre”, il che mi ha resa immensamente felice. Non so se provenissero dalla stessa madre, ma leggere che custodivano l'opera con tanta cura mi ha commossa profondamente (gongola). Inoltre, ora gli insegnanti di scuola dicono per la prima volta: Dovete assolutamente leggere Le Rose di Versailles”, consigliandolo come opera formativa. Oggi è tradotto anche in Europa e nel Sud-Est asiatico, e ci sono fan appassionati anche all'estero.

D: 
Il fatto che i giapponesi conoscano così bene la Rivoluzione Francese è senza dubbio merito suo.

R.I.:
 Quando andai a Parigi per la prima volta dopo la fine della serializzazione di "Le Rose di Versailles", saliì su un autobus turistico per una visita a Versailles e lì la guida  iniziò a parlare di me: Una giovane donna giapponese ha disegnato un manga ambientato in questo luogo”. Naturalmente non sapeva che io fossi lì. Inoltre, una guida locale giapponese, che non conosceva affatto la situazione in Giappone, mi ha domandò: Ci sono turisti giapponesi che chiedono se sia mai esistito un personaggio di nome Oscar... Ma chi è questo Oscar?” (ride).

D: La serializzazione di "Le Rose di Versailles" è avvenuta su una rivista settimanale, è incredibile che siete riuscita a rispettare quel ritmo per tutta la sua pubblicazione.

R.
I.: Ero così impegnata che non mangiavo in modo sano. I miei pasti prevedevano riso in scatola o  riso con il tè (ochazuke). Per questo ero magrissima. Inoltre, sebbene l'opera vendesse bene e i diritti d'autore mi fruttavano enormemente, non avevo il tempo di spendere quei soldi. Ricevevo l'estratto conto della casa editrice due volte al mese e, pur sapendo che continuavano ad accumularsi cifre considerevoli, non ne avevo la percezione reale.

D:
Si dice che a volte spendeva cifre astronomiche tutte in una volta, quasi per sfogarsi?

R.I.: Sì, lo stress si accumulava talmente tanto che, a volte, subito dopo aver consegnato le tavole, pensavo: “È un peccato andare a dormire subito così”, così uscivo insieme ai miei assistenti e dicevo loro: Visto che siamo fuori, comprate ciò che volete e mangiamo!” (ride). Tuttavia, per quanto riguarda il cibo, c'è un limite a ciò che si può consumare. Ho capito che lo stomaco umano ha una capienza limitata, anche quando si mangia il cibo più raffinato al mondo.
Credo che fossimo in cinque o sei persone: mangiavamo e compravamo vestiti, il massimo che siamo riusciti a spendere sono stati due milioni di yen (ndlLuca al cambio dell'epoca circa €32.000 - €35.000).


D:
Ma trattandosi di una serializzazione settimanale, dovevate tornare subito al lavoro il giorno  successivo, vero?

R.I.:
 Sì. Tornavo a casa e dormivo fino a sentirmi sfinita.

D:
Quali sono state le circostanze che l'hanno portata a disegnare Caro fratello"?

R.I.:
  Il mang è  nato come un "intermezzo" (ride). Quando terminai “Le Rose di Versailles”, mi chiesero subito una nuova serializzazione a lungo termine, così risposi: Aspettate un momento”. So che usare il termine "intermezzo" può suonare male, ma dopo “Le Rose di Versailles” ho disegnato molte storie brevi. Tra queste, “Caro fratello” era tra le più lunghe. Successivamente, nel 1991 hanno tratto anche una serie animata da esso. Ci sono fan che la considerano la loro opera preferita in assoluto. Ce ne sono molti. Di recente sono entrata in un ristorante italiano e il proprietario mi ha confessato: “In realtà, adoro Caro fratello”. Io ho pensato: Che tipo bizzarro” (ride).

D: Da dove è nata l'ispirazione per la storia?

R.I.:
 Io desideravo ardentemente avere un fratello maggiore. Perciò, in terza media, dissi a un insegnante della scuola di preparazione che aveva dieci anni più di me ed era uno studente dell'Università di Tokyo: Posso considerarla il mio fratellone? Posso scriverle delle lettere?” (ride). Anche dopo essere entrata al liceo, abbiamo continuato a scriverci per un po' di tempo, e ho ricevuto da lui molti stimoli culturali. Mi faceva piacere soprattutto il fatto che guardasse alla società e alla storia con occhi critici e che mi rispondesse sempre con cura.

D: La sua esperienza è diventata il fondamento dell'opera.

R. I.:
 Esatto. Lo spunto iniziale è esattamente quello che ho vissuto. Tuttavia, oggi ho perso le sue tracce. Ricordo che gli piaceva bere, mi chiedo spesso, con un filo di preoccupazione, come stia oggi.

D:
Anche in 
“Caro fratello”, così come in altre opere, si presentano spesso situazioni in cui ragazze dall'aspetto androgino e maturo e splendide fanciulle provano un affetto reciproco che sfocia in dinamiche amorose. Molte sue opere presentano scenari simili.

R.I.:
 Forse perché io stessa ero quel tipo di persona. L'opera intitolata Yureru Haru” (Vacillanti albori di primavera)" è quasi interamente basata sulla mia esperienza reale (ride). Alle medie ero magrissima e di carnagione scura, non avevo nulla di femminile ed ero totalmente ignorata dai ragazzi. Tuttavia, forse perché andavo bene a scuola, ricevevo tantissime lettere d'amore dalle ragazze.

(ndlLuca il manga in questione è stato pubblicato in Italia da JpOP all'interno del volume unico "Caro Fratello").


D: Dunque, la protagonista di quel manga, Makoto Kaisai, è lei in persona.

R.I.:
 Tranne per il fatto di essere eccellente negli sport. Fin da allora detestavo le restrizioni basate sul genere, del tipo perché sei un ragazzo” o perché sei una ragazza”.

D:
La bellissima ragazza che le fa da controparte, Junko Sakioka, esprimeva il suo amore per Misako in modo molto intenso...

R.I.:
 Anche quello era esattamente così (ride). Quando cercavo di tornare a casa da scuola, le ragazze mi aspettavano e scoppiavano a piangere, e io mi chiedevo disperata: “Oh cielo, e adesso cosa faccio?”.

D: Nelle sue opere scolastiche traspare chiaramente la sua esperienza personale. Tuttavia, stupisce sentire che non avesse successo con i ragazzi.

R.I.:
 Avevo un enorme complesso riguardo al mio aspetto. Fino a metà del liceo ero convinta di essere brutta, e di fatto non ero affatto curata. Esiste un detto che dice i complessi infantili durano per sempre”, e in effetti ne risento ancora oggi. Quei complessi legati all'aspetto sono diventati una delle grandi fonti d'ispirazione per disegnare i miei manga.

D:
Subito dopo il grande successo de 
“Le Rose di Versailles”, siete diventata un'autrice esclusiva della Shueisha, ma negli anni '80 avete iniziato a pubblicare attivamente anche per altre case editrici. Prima di serializzare L'imperatrice Caterina”  su Fujin Kōron” (all'epoca edita da Chūō Kōron-sha), ha iniziato a collaborare anche per la Shogakukan.

R.I.: Sì, sentivo il desiderio di mettermi alla prova con riviste destinate a un pubblico di lettrici più adulte. Nell'opera intitolata Epitaph, scritta per la rivista For Lady, c'era una scena d'amore ambientata in mare. Mia madre, dopo averla letta, venne da me furiosa dicendo: 'Come puoi disegnare un manga così erotico?!'.

Il protagonista di quella storia era ispirato a un mio senpai dei tempi dell'università, ma la reazione di mia madre è stata senza dubbio la cosa che mi ha colpita di più di tutta l'esperienza. Ricordo che le risposi sorridendo: 'Penso che sia giunto il momento anche per me di disegnare qualcosa per adulti' (ride)."

D: Dalla sua autobiografia emerge che stesse già pensando di ritirarsi dalle scene nel momento di massimo successo. Questo pensiero risaliva già ai tempi di “Weekly Margaret”?

R.I.:
 Sì, ci pensavo costantemente. Se avessi continuato a disegnare con un ritmo settimanale, sapevo che ne sarei uscita completamente distrutta. Per questo motivo, ho scelto di spostarmi verso riviste mensili o generaliste di mia iniziativa. Per anni ho continuato a ripetere Voglio diventare freelance”, e ogni volta il caporedattore accorreva per convincermi a restare. Alla fine, persino i dirigenti vennero a parlarmi. Se avessi firmato un contratto di esclusiva, anche senza disegnare nulla, avrei ricevuto cifre considerevoli all'anno. Di conseguenza, restare ferma sarebbe stata la scelta più comoda. Tuttavia, sentivo fortemente che in quel modo avrei finito per rovinare me stessa. Sapevo che sarei potuta rimanere sulla cresta dell'onda ancora per un po', ma una volta raggiunta la cima la strada è solo in discesa, quindi pensai che avrei dovuto pianificare il futuro.

D: Nel 1995, a 47 anni, siete entrata all'Università di musica, realizzando il vostro sogno.

R.I.: A dire il vero, inizialmente non pensavo a un'Università di musica, ma volevo tornare alla mia prima università (l'attuale Università di Tsukuba) per studiare Sociologia. All'epoca i lavoro era diventato troppo impegnativo e  avevo interrotto gli studi al settimo anno. Tuttavia, credo fosse intorno ai miei 37 anni... andai in Germania per studiare la lingua, con l'idea di iscrivermi direttamente a un'Università tedesca. Prima di partire avevo accelerato i ritmi di lavoro per portarmi avanti con i manga, ma alla fine quel periodo di pausa di quattro mesi fu il massimo che riuscii a ottenere.

D: Nel 1985, giusto? Rispetto ai tempi della rivista settimanale il ritmo si era allentato, ma prendersi quattro mesi di pausa deve essere stato comunque molto difficile.

R.I.:
 In realtà, non avevo alcuna intenzione di tornare in Giappone. Quello era un periodo in cui i media mi attaccavano duramente, e il Giappone mi era venuto profondamente in odio. Durante i quattro mesi trascorsi in Germania, pensai: Com'è meravigliosa l'Europa”. Innanzitutto, le donne sopra i trentacinque anni che lavorano duramente vengono trattate con profondo rispetto. In Giappone, invece, a quell'epoca si diceva che superati i 35 anni una donna fosse ormai "vecchia". I media scrivevano falsità sul mio conto, e fu un periodo in cui detestai profondamente sia il Giappone sia i giapponesi.

(ndlLuca Riyoko Ikeda si riferisce al periodo in cui fu travolta da quello che venne definito dai media il "funin scandal"  a causa della sua relazione - mai confermata-  con un uomo all'epoca sposato, legato al mondo della politica giapponese.)

D: Cosa l'ha spinta a decidere di tornare in patria?

R.I.:
 Credo che mi siano tornati in mente i volti di mia sorella e di varie altre persone. C'erano persone che aspettavano che io tornassi al lavoro. A dire il vero, prima di partire per la Germania, dissi al caporedattore Yamamoto: “Ho intenzione di smettere definitivamente con questo lavoro”.

D:
Si tratta di Kazuo Yamamoto, che all'epoca era il caporedattore di 
“For Lady”, giusto?

R.I.:
 Sì. Sembra che la redazione fosse sommersa da telefonate e lettere di protesta che dicevano: “Non fate lavorare una donna simile”. Fu allora che il caporedattore Yamamoto mi disse: “Lei dice sul serio? Far rinunciare a lavorare a una donna significa distruggere la sua vita. Io non permetterò mai che una cosa simile accada. Perciò, torni assolutamente in Giappone. La proteggerò a ogni costo”. Quelle parole mi salvarono. Se non fosse stato per lui, credo che non sarei mai tornata.

.

D: “L'imperatrice Caterina” è stata una serializzata su una rivista femminile che non pubblicava manga. È stata la vostra prima volta su una testata del genere?

R.I.:
 Sì, fu una richiesta esplicita della redazione. Poiché la Chūō Kōron-sha aveva pubblicato l'opera di Henri Troyat (si riferisce alla biografia scritta dall'autore franco-russo dedicata a L'imperatrice Caterina. ndlLuca) e desideravano che io la trasfondessi in un manga. A quell'epoca avevo la tendenza a pensare che non si dovessero lasciare spazi bianchi sulla tavola, quindi riempivo ossessivamente ogni spazio. Ricordo che quel periodo di serializzazione risentì proprio di questa mia fissazione. Forse se ci fossero stati più spazi bianchi, la lettura sarebbe risultata più fluida (ride).

D: Di contro, i disegni hanno acquisito una forte intensità. Anche i personaggi sono tratteggiati in modo estremamente affascinante.

R.I.:
 Caterina all'inizio era troppo forte, troppo fiera e austera, tanto che risultava difficile da approcciare e il personaggio faticava a emergere. Tuttavia, attraverso il suo sentimento per Potëmkin, che divenne il suo braccio destro, ho trovato la chiave di volta. Trovo che la vita di Caterina sia stata davvero straordinaria. Ed è vissuta anche molto a lungo (ride).

D: Eppure,  si sente spesso dire: “Caterina è stata una donna infelice”, il che mi sorprende.

R.I.:
 A quell'epoca partecipavo spesso a programmi storici della NHK, e negli anni '80 gli studiosi uomini ripetevano in coro: “Caterina è stata infelice come donna”. Allora io chiesi: “Perché sarebbe stata infelice? Certamente il suo primo marito fu un uomo terribile, ma è salita al trono e ha avuto molti amanti...”. Loro mi risposero: “È stata infelice proprio perché cambiava continuamente un amante dopo l'altro”.

D: Intendevano dire che era infelice perché non era riuscita a invecchiare accanto a un unico uomo.

R.I.:
 Esatto. Sostenevano che la felicità di una donna risieda nell'amare un solo uomo e nel servirlo. Allora io replicai: “E se provassimo a scambiare la sua vita con quella di un uomo? Ha ottenuto il trono con le sue sole forze, ha avuto come braccio destro un uomo straordinariamente capace come Potëmkin, e persino a 60 anni si circondava di giovani e splendidi amanti che si avvicendavano al suo fianco. Ha avuto un magnifico successore, suo nipote Alessandro I, ed è morta quasi del tutto appagata. Che vita straordinaria! Ha fatto tutto ciò che voleva, ha avuto una vita splendida!”.

D: In pratica, Caterina ha fatto esattamente ciò che fanno gli uomini.

R.I.:
 Proprio così. La Russia era un paese con enormi ricchezze e il potere della famiglia imperiale era immenso.
Se un uomo ha denaro e potere, le donne gli corrono dietro; credo sia ovvio che possa accadere anche il contrario. Non esistono prove che Caterina sia stata “infelice come donna”. Se così fosse, una come me si troverebbe nel bel mezzo dell'infelicità (ride). La felicità o l'infelicità è qualcosa che decide ognuno per se stesso, nel momento della propria morte.


D:
Successivamente, sempre su 
Fujin Kōron, ha serializzato Eroica - La gloria di Napoleone (il cui titolo dell'epoca era semplicemente Eroica).

R.I.:
 A dire il vero, dopo aver scritto 
“Le Rose di Versailles”, avevo detto alla redazione della Shueisha: “Ora disegnerò Napoleone”, facendoli gioire.
Sentivo che la Rivoluzione Francese non si sarebbe potuta dire conclusa finché non avessi disegnato Napoleone. Tuttavia, per quanto studiassi, il materiale era così immenso che alla fine dovetti scusarmi dicendo: “Al momento non sono ancora in grado di disegnarlo”, e rimandai il progetto. [...]Solo dopo una decina d'anni sono stata finalmente capace di affrontarlo.

Tuttavia, a metà dell'opera ho dovuto iniziare a studiare per l'esame di ammissione all'Università di musica, quindi la parte finale ho dovuto concluderla in fretta e furia. Questo è un mio rimpianto (ride).

D: Ci sono stati aneddoti o elementi che ha dovuto tralasciare?

R.I:
 Tantissimi. Specialmente verso la fine. Ho dovuto correre incredibilmente fino alla morte di Napoleone per riuscire a concludere. Se non ci fosse stato l'esame, avrei continuato la serializzazione molto più a lungo.

D: Avete disegnato molte storie ambientate tra il XVIII e il XIX secolo. Qual è il fascino di quest'epoca secondo lei?

R.I:
 Non si tratta tanto del fascino dell'epoca in sé, ma del fatto che raccogliendo una grande quantità di documenti, all'improvviso emerge un personaggio interessante tra le righe. Magari anche solo in una singola riga di testo. Mentre disegnavo “Eroica”, una riga letta per caso è diventata poi lo spunto per “Ten no Hate made” (Fino ai confini del cielo). È un modo per espandere la storia.

D: Lei non si definisce una “mangaka” (fumettista) ma una “gekiga-ka” (autrice di drammi a fumetti). Ci vuole spiegare perché?

R.I.:
 La parola “manga” porta con sé un'immagine legata a qualcosa di comico o caricaturale (il carattere man significa "bizzarro" o "privo di freni"). Visto che esiste il termine “gekiga” (dramma a fumetti)e dato che le mie opere sono drammatiche e serie, ho pensato che definirle “gekiga” fosse più appropriato.

D: Però nei Berubara Kids si è divertita a parodiare la sua stessa opera?

R.I.:
 Mentre gli autori disegnano le loro storie serie, capita spesso che dietro le quinte si divertano a fare schizzi parodistici dei propri personaggi in versione buffa o a quattro vignette. Avevo accumulato così tante idee del genere nella mia testa che ho voluto provare a disegnarle. Ho proposto l'idea all'Asahi Shimbun, pensando che se fosse andata male, avrei potuto proporla a un'altra testata (ride).


D: Nel 2007 è inziata la serializzazione “The Legend”. Gli elementi fantasy sono molto forti ed è un'opera piuttosto insolita nel suo repertorio.

R.I.:
 La lavorazione di 
“The Legend” è stata un po' frenetica. La cosa che mi ha messa più in difficoltà è stata il fatto che la sceneggiatura originale cambiava continuamente in corso d'opera. Sul set dei drama coreani sembra sia normale che la sceneggiatura possa modificarsi di settimana in settimana. Però questo non mi permetteva di stabilizzare il carattere dei personaggi, quindi ho dovuto ridisegnare le tavole molte volte. A metà dell'opera ho sbottato dicendo: “Da ora la proseguo come mi pare!”. Probabilmente il finale differisce da quello del drama televisivo.
Ho accettato questo lavoro soprattutto... perché compariva Yon-sama (Bae Yong-joon) (ride).


D: 
Siete una fan di Yon-sama?

R.I.:
 Io no, ma una mia carissima amica lo è.
Quando seppe che mi era arrivata questa offerta, mi disse: “Se rifiuti tu, lo farà qualcun altro! E se lo disegna qualcun altro, io ci rimarrò malissimo!”, quindi ho accettato per lei.
Grazie a questa opera, sono potuta andare con lei sull'isola di Jeju e in molti altri posti e, alla fine, abbiamo potuto incontrare Yon-sama di persona. Lei lo ha abbracciato ed era al settimo cielo. Io l'ho accompagnata dicendo: “Ecco la mia segretaria!” (ride).

D: Molti fan alla pubblicazione dei primi "Episodes" del manga di "Le Rose di Versailles" hanno inziaito a chiedersi se queste storie era da lei custodite sin dai tempi della serializzazione originale del manga.

R.I.:
 Sì. Avevo dentro di me ancora tante storie storie sui personagi di "Le Rose di Versailles" che volevo raccontare, ma  pensavo che non avrei più avuto l'occasione di farlo. Quando mi è stato chiesto di realizzare un'illustrazione celebrativa per il 50° anniversario di 
Margaret, ho detto: “Se devo fare un disegno, preferisco scrivere un intero capitolo extra”.
All'inizio pensavo che sarebbe stato un inserto speciale una tantum, ma il riscontro è stato così positivo che mi è stato chiesto di continuare sulla rivista principale.


D: Disegnando questi nuovi episodi, ci sono personaggi la cui percezione è cambiata rispetto alla serializzazione originale?

R.I.:
 Forse Girodelle è quello che ha acquisito maggiore spessore e realtà. In passato lo disegnavo senza sentire una vera consistenza tridimensionale. Stavolta invece ho potuto dargli corpo come essere umano. Non so come i lettori abbiano percepito questo cambiamento, però.

D:
 In realtà, molti sono rimasti sorpresi dall'accenno al fatto che Girodelle non provasse molto interesse per le donne.

R.I.:
 Ah, quello era chiaro fin dall'inizio. È un uomo che vive isolato nel proprio mondo estetico e di valori, portando avanti coerentemente la propria vita. Perciò, quando si è trovato di fronte a domande del tipo “Sei attratto dalle donne? O dagli uomini?”, la sua reazione è stata semplicemente: “Ah, è Oscar, capisco”. Quando ho accennato alla storia di Girodelle negli Episodi, il finale recitava: “Il suo destino rimase ignoto...”. Tuttavia, non riesco a immaginare Girodelle che invecchia. Anche se sono certa che diventerebbe uno splendido gentiluomo.

D: Questo significa che Girodelle potrebbe essere sopravvissuto anche dopo la Rivoluzione Francese.

R.I.:
 Sì.  Ora che ci penso credo che se Girodelle fosse  invecchiato, forse sarebbe diventato come una sorta di Beau Brummell. Il suo volto potrebbe ricordare lo stile di David Bowie.

D:
Un affascinante dandy maturo.
A proposito di David Bowie, in 
“La Finestra d'Orfeo” compare un personaggio modellato proprio su di lui.

R.I.:
 Sì, esatto. David Bowie era estremamente popolare all'epoca. Non ascoltavo moltissimo la sua musica, ma raccoglievo le sue foto e le appendevo ovunque nella mia stanza. Pensavo che non esistesse al mondo un uomo più bello di lui.

D:
 Ci sono episodi rimasti non scritti anche riguardo a “La Finestra d'Orfeo”?

R.I.:
 Certamente. Avrei voluto raccontare della figlia di Julius. Nel manga viene detto che muore durante il parto, ma in realtà il soldato di Leonid Iusupov l'ha segretamente portata via.
Tuttavia, considerando la mia età attuale, non credo di avere l'energia fisica per disegnarlo, inoltre adesso sono concentrata sugli 
Episodi de “Le Rose di Versailles”. [...]

D: Nel 2017 avete celebrato il vostro 50° anniversario come artista. Guardandovi indietro, cosa provate?

R.I.:
 È volato tutto in un soffio. Mi viene da dire: “Caspita, è già passato mezzo secolo?”. Di recente l'ho scritto anche sul mio blog: cinquant'anni fa ho lasciato la casa dei miei genitori, facevo fatica a rimediare da mangiare e facevo svariati lavori.
Ripensandoci oggi, credo che quelle difficoltà siano state un'ottima esperienza. Se fossi rimasta al sicuro a casa dei miei genitori, probabilmente queste opere non sarebbero mai nate.


D:  Siete stata capace di attingere a quelle esperienze sociali per le vostre storie. Ci sono state molte fatiche nel corso della vostra carriera?

R.I.:
 Io penso di aver vissuto una vita normale, ma i miei amici mi dicono sempre che ho vissuto un'esistenza intensa il doppio o il triplo di una persona comune. [...] La cosa più dura è stata senza dubbio il periodo in cui sono stata presa di mira dai media per via di vicende personali legate al gossip. 
[...] Riguardo alle mie opere, può sembrare presuntuoso, ma ho sempre lavorato con la fermezza di non permettere a nessuno di interferire.


D:
 Quale tra le sue opere le è rimasta maggiormente nel cuore?

R.I.:
 La mia preferita in assoluto è 
“La Finestra d'Orfeo”.
[...]

D:  Ci sono temi che vorrebbe  esplorare in futuro?

R.I.: A questa domanda rispondo sempre che si tratta di un “segreto professionale”.
Oggi la mia vista si è indebolita, tanto che devo avvicinare moltissimo il volto alla carta per disegnare, e dopo un'ora di lavoro devo alzarmi e camminare un po'. Inoltre, il gatto mi viene vicino e mi morde i piedi (ride). Ma ci sono ancora tantissime cose che vorrei disegnare.


池田 理代子

Potete trovare il testo originale e integrale  dell'intervista qui riprodotta all'interno del seguente artbook: 50 anni dal debutto , Riyoko Ikeda insiema "Le Rose di Versailles

 
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